mercoledì 19 luglio 2017

Repubblica: «12 vaccini insieme sono un suicidio per i militari». La Lorenzin vuole farli ai neonati


martedì 18 luglio 2017

Il massacro silenzioso



Una legittimazione internazionale comprata a suon di dollari e grazie alla complicità del quasi paterno alleato nordamericano, ed una legittimazione islamica ottenuta attraversol’indebita appropriazione del titolo di “comunità sunnita” a seguito della wahhabizzazione forzosa di larga parte del mondo islamico, non sembrano ancora garantire la necessaria sicurezza alla Casa dei Saud, ben consapevole della propria estraneità rispetto alla reale tradizione islamica. I recenti fatti di Awamiyah e la brutale repressione con la quale, ancora una volta, il regime si è rapportato con le proteste della minoranza sciita ne sono l’ulteriore dimostrazione.
Lo scorso 10 maggio le forze di sicurezza saudite hanno iniziato quello che, a oggi, ha assunto i connotati di una vera e propria occupazione militare della città di Awamiyah nella provincia orientale del Regno. Tale operazione è stata giustificata con l’intento di impedire nuove interruzioni al progetto di riqualificazione e rinnovamento del centro cittadino. Di fatto, non per la prima volta all’interno di un Regno che fa dello spregio per tutto ciò che rappresenta la cultura e la tradizione la sua peculiarità intrinseca, il malcelato obiettivo è ancora una volta quello di radere al suolo un centro storico con più di 400 anni di storia, cacciando, allo stesso tempo, dalle proprie case la popolazione sciita della città. Una tattica che i sauditi, negli ultimi anni, hanno imparato fin troppo bene dai loro alleati sionisti. L’ONU stesso, in un inusuale impeto di coraggio nei confronti della monarchia del Golfo, ha inviato un’esplicita richiesta al governo saudita affinché blocchi un progetto considerato alla stregua di grave minaccia al patrimonio storico e culturale.
Un video dello scorso mese di maggio, mostra la deportazione di una famiglia sciita dal quartiere storico di Awamiya che, nelle intenzioni saudite, dovrebbe essere raso al suolo cancellando diversi secoli di storia
L’opposizione della popolazione ad un simile progetto viene ripetutamente presentato dalle emittenti televisive saudite (al-Arabiya su tutte) come “terrorismo”, sorvolando sulle pesanti pressioni che gli abitanti del centro hanno dovuto subire per abbandonare le proprie case (taglio reiterato dell’energia elettrica e minacce). Gli inevitabili scontri hanno portato fino ad ora alla morte di sei uomini delle forze di sicurezza, di sei presunti militanti sciiti (ovviamente infiltrati dall’Iran secondo la propaganda nazionale) e ad un numero ancora imprecisato di vittime tra la popolazione civile. Non è da sottovalutare altresì il fatto che il chierico Nimr al-Nimr, predicatore e leader delle protesta sciita in nome dell’eguaglianza dei diritti iniziata nel 2011 e giustiziato nel gennaio 2016 dalle autorità saudite, era originario proprio di Awamiyah. E che, proprio dal 2011, torture e detenzioni arbitrarie nell’area da parte delle forze di sicurezza sono all’ordine del giorno. La discriminazione e persecuzione della popolazione sciita dell’area non è tuttavia una novità all’interno di uno Stato, espressione di una setta islamica eterodossa, che paradossalmente considera gli sciiti alla stregua di eretici o di “anomalia sociale” vista la tradizionale dedizione di questa comunità alla vita contadina; il tutto nonostante l’esplicito divieto wahhabita a consumare i loro prodotti o semplicemente la stessa carne da loro macellata. Con il boom petrolifero, larga parte della popolazione sciita della regione ingrossò le file della manodopera a basso costo all’interno dell’industria di estrazione del greggio, pur continuando a non usufruire di nessun tipo di servizio sociale e con la severa preclusione alla carriera militare o pedagogico – scolastica. Inoltre, le pratiche del culto, come la commemorazione del martirio di Hussein a Kerbala, erano precluse ed apertamente condannate dall’autorità.
Il 1979 ha segnato una data cruciale nella storia recente del Regno saudita. Due diversi episodi misero in luce la sostanziale vulnerabilità politico – ideologica del Regno. Il primo fu l’occupazione della moschea della Mecca durante la stagione del pellegrinaggio ad opera del predicatore Juhayman ibn Muhammad al-Utaybi e Muhammad ibn Abdullah al-Qahtani (proclamato Mahdi dallo stesso Juhayman ed acclamato dai suoi discepoli). Al-Utaybi, predicatore che aveva espresso dubbi sul retto governo islamico dei sauditi alleati con le potenze infedeli, pretese la destituzione della famiglia reale e rese evidente l’incompatibilità tra il dogma religioso wahhabita e la reale politica del Regno. Il governo mobilitò gli ulema e attraverso l’Istituto dell’Ifta’e degli Studi Eruditi, guidato dallo Shaykh Abd al-Aziz ibn Baz, ottenne una fatwa volta a giustificare l’intervento armato in uno deli luoghi più sacri dell’Islam ed all’interno del quale lo spargimento di sangue era proibito sin dai tempi della jahiliyya. Le forze di sicurezza impiegarono più di due settimane per reprimere una ribellione i cui strascichi si fecero sentire per tutto il corso dei decenni successivi. L’altro evento decisivo fu la scelta della comunità sciita di abbandonare il principio della taqiyya (dissimulazione) e commemorare l’ashura (il martirio dell’Imam Hussein, figlio di Ali, genero e cugino del Profeta) apertamente, in strada, e non più relegando tale pratica alla sfera del privato.
Discorso ai fedeli del chierico sciita saudita Nimr al Nimr, giustiziato nel 2016 dopo quattro anni di detenzione
Ora, è importante sottolineare che in ambito sciita l’Imam Hussein è il vessillo della lotta dell’umanità per la conoscenza e la verità, mentre Kerbala rappresenta il campo per antonomasia della battaglia contro l’oppressione. Con la morte dell’Imam il martirio ha acquisito il valore di una scelta consapevole volta a superare la morte (l’annullamento di se stessi) in nome della restaurazione della dimensione del sacro. E la comunità sciita, forte della vittoria della Rivoluzione in Iran, mirava a far sentire la propria voce nei confronti di un governo che da quel momento in poi iniziò a percepire il genuino esempio rivoluzionario iraniano alla stregua di minaccia esistenziale.
La manifestazione venne repressa nel sangue attraverso l’invio di 20.000 unità della Guardia nazionale. Stessa sorte toccò ai dimostranti sciiti che l’anno dopo, nel 1980, scesero in piazza in varie aree di al-Qatif per celebrare l’anniversario del ritorno di Khomeini in Iran dall’esilio. Tali eventi, da allora, sono noti come intifadat al-mintaqa al sharqiyya (la sollevazione della provincia orientale). Solo nel 1993 si giunse ad una parziale riconciliazione attraverso la promessa di riforme ed il riconoscimento della pesante discriminazione che la comunità sciita dovette subire ad opera delle autorità.
Un servizio di RT sulle operazioni di Polizia in corso ad Awamiyah e sugli scontri che imperversano presso la regione sciita
L’intensificarsi dello scontro geopolitico, mascherato da scontro settario, negli ultimi ha riportato al centro delle preoccupazioni della dinastia saudita la questione della minoranza sciita del Qatif; regione dalla quale proviene larga parte della ricchezza petrolifera della nazione e con essa l’unica fonte di legittimazione del potere della casa regnante. Ciò spiega la nuova ondata persecutoria nei confronti di una comunità da sempre percepita come “nemico interno”. L’obiettivo del governo è fin troppo chiaro: spingere, attraverso la repressione brutale, una popolazione a cui non sono mai stati del tutto riconosciuti i diritti di cittadinanza ad abbandonare le proprie case e con tutta probabilità lo stesso territorio nazionale. È palese che la Casa dei Saud non possa permettersi una simile minaccia potenzialmente secessionista nella sua regione più ricca. Il tutto, alla pari delle stragi saudite nello Yemen, nell’indifferenza di una comunità internazionale che per molto meno, sul finire degli anni Novanta, optò per la tragica avventura bellica contro la Serbia.
fonte http://www.lintellettualedissidente.it/esteri-3/il-massacro-silenzioso/

Matteo stai BONINO (ma non sereno)


I leader seguiti dai “Cinque Occhi”, muoiono all’improvviso

Wayne Madsen, Strategic Culture, 18.07.2017
Baldwin Lonsdale
I piccoli Stati-isola del Pacifico possono essere orgogliosi dell’indipendenza, ma rimangono sotto l’efficace controllo delle potenze neocoloniali dominanti nella regione, vale a dire Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda. Questi Stati, da Palau nel Pacifico occidentale a Tonga nel Pacifico del sud, sono asserviti al dominio in politica estera, al voto alle Nazioni Unite, sulle rotte internazionali delle compagnie aeree, sulle telecomunicazioni e le finanze. Inoltre, i piccoli Stati insulari affrontano la prospettiva di divenire prime vittime dell’aumento del livello del mare per il cambiamento climatico. Alcuni residenti dell’isola già fuggono dai loro atolli e arcipelaghi e chiedono lo status di “rifugiati ambientali”, una categoria dell’immigrazione che poche nazioni riconoscono. Normalmente, la morte improvvisa per attacco cardiaco a giugno del presidente di 67 anni delle Vanuatu, il sacerdote anglicano e capo tradizionale Baldwin Lonsdale delle isole Banks, non avrebbe sollevato il minimo sospetto. Tuttavia, considerato con altre morti improvvise di leader del Pacifico negli ultimi decenni, la morte di Lonsdale solleva dubbi. Per molti isolani del Pacifico, la morte di Lonsdale è un déjà vu. Sebbene il potere politico attuale a Vanuatu sia del primo ministro, nel 2015 Lonsdale negò il perdono a 14 parlamentari di destra condannati per corruzione. Il portavoce del parlamento, Marcellino Pipite, perdonò se stesso e altri 13 deputati. Lonsdale rientrando da una visita statale a Samoa annullò subito il perdono, sostenendo che nessuno era al di sopra della legge. Pipite fu ministro degli Esteri del governo conservatore del primo ministro Serge Vohor. Nel 2004, Vohor creò segretamente rapporti diplomatici con Taiwan, anche se la Repubblica popolare cinese aveva l’ambasciata nel capoluogo di Vanuatu di Port Vila. La decisione di Vohor di riconoscere Taiwan fu successivamente annullata dal consiglio dei ministri. Nel forgiare i legami con Taiwan, Vohor si affermò da eroe per certi interessi di destra e contrari allo Stato. Nel 2015, Vohor si ritrovò nuovamente ministro degli Esteri, ma fu poi condannato per corruzione insieme agli altri politici il cui perdono fu negato da Lonsdale.
Lonsdale si era già guadagnata l’inimicizia dei più grandi inquinatori mondiali dopo che denunciò Coal India, il commerciante di prodotti anglo-svizzeri Glencore Xstrata e l’azienda petrolifera anglo-olandeseShell quali maggiori creatori di gas serra e quindi del rapido cambiamento climatico, devastante per le isole del Pacifico. Nel 2010, il primo ministro Edward Natapei fu rovesciato da un voto di sfiducia, mentre a Città del Messico partecipava a una conferenza sul cambiamento climatico. Natapei è morto a 61 anni dopo una “lunga malattia”, chiaramente sorprendente per Lonsdale, scosso dalla morte dell’amico e alleato politico. Lonsdale era il secondo sacerdote anglicano a divenire leader delle Vanuatu. Il primo fu padre Walter Lini, fondatore di Vanuatu e primo Primo ministro della nazione. Quando Lini divenne primo ministro di Vanuatu nel 1980, affrontò immediatamente una ribellione secessionistica nelle isole francofone di Espiritu Santo e Tanna. La ribellione fu finanziata da un oscuro gruppo “libertario” statunitense chiamato Fondazione Phoenix, una società di Carson City, Nevada, diretta da un investitore immobiliare di nome Michael Oliver che sperava di creare la “Repubblica di Vemerana”, un’utopia libertaria senza tassa, e che fu già coinvolto in un tentativo degli isolani bianchi di Abaco, delle Bahamas, di separarsi dal governo centrale di Nassau. Lini chiamò una forza militare di 200 soldati provenienti dalla Papua Nuova Guinea, che mise fine alla rivolta in ciò che divenne noto come la “guerra del cocco”. Alcuni dei secessionisti ebbero più di un rapporto di passaggio con l’Agenzia centrale d’intelligence e il servizio di intelligence francese, il Servizio di documentazione estera e di controspionaggio (SDECE). Lini irritò Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda stabilendo rapporti diplomatici con Vietnam, Cuba e Libia e firmando un accordo sulla pesca con l’Unione Sovietica. Lui e il suo partito politico, il Vanuaaku Pati, aderivano al concetto di socialismo melanesiano ispirato ai leader socialisti pan-africani Kwame Nkrumah del Ghana e Julius Nyerere della Tanzania. Lini rifiutò l’ambasciata statunitense a Port Vila. Infastidì anche la Francia sostenendo il movimento d’indipendenza della Nuova Caledonia, un atto che persuase la Francia a sostenere segretamete la ribellione di Espiritu Santo. Il potere politico di Lini cominciò a diminuire dopo aver subito un infarto nel 1987 durante una visita a Washington, DC. Lini subì l’ictus mentre pensava di frequentare la National Prayer Breakfast di Washington, sponsorizzata dalla Fondazione Fellowship, un gruppo di affaristi ricchi e influenti politici. La storia della Fellowship o “Famiglia”, come è meglio nota, suggerisce che il gruppo abbia una lunga storia di legami con la CIA. Lini non partecipò mai alla colazione di preghiera o all’incontro programmato con il presidente Ronald Reagan, irritato dalle differenze di Lini su Libia, Cuba e Unione Sovietica. Il conseguente malessere di Lini, che gli causò la paralisi del lato destro, lo portarono a perdere il potere a Vanuatu, e alla sconfitta col voto di sfiducia del 1991, portandolo alle dimissioni. Lini morì a 57 anni nel 1999. Durante la carriera politica, Lini fu sempre sorvegliato dai “Cinque Occhi” tramite l’intercettazione effettuata dal centro dell’Agenzia nazionale per la sicurezza nazionale degli USA di Waihopai, Nuova Zelanda, denominato IRONSAND. IRONSAND intercettava regolarmente le comunicazioni dei leader delle isole del Pacifico. Ad opporsi ai deputati di Vanuatu condannati per corruzione nel 2015 vi erano Lonsdale e Ham Lini, ex-primo ministro e il fratello di Walter Lini.
La morte di Lonsdale richiamà l’attenzione sul continuo coinvolgimento delle potenze occidentali negli affari di Vanuatu. Molti dei deputati condannati per corruzione hanno collegamenti con il movimento antistatale Na-Griamel, guidato da Jimmy Stevens, capo mezzo-tongano e mezzo-scozzese della malaugurata “Repubblica Vemerana” e del Partito libertario statunitense, entrambi responsabili della rivolta secessionistica del 1980 a Espiritu Santo e Tanna. Uno dei capi della FondazionePhoenix era il dottor John Hospers, candidato libertario del 1972 a presidente degli Stati Uniti, che fece anche parte del consiglio della “Vemerana Development Corporation”, una probabile facciata della CIA responsabile del tentativo di popolare la “New Hawai” di Vanuatu con 4000 veterani statunitensi. Uno dei congiurati di Vemerana era Mitchell Livingstone “WerBell”, un trafficante di armi della CIA della Georgia coinvolto in una prima spedizione illegale di armi al “Movimento d’Indipendenza di Abaco” nelle Bahamas. La sindrome della morte improvvisa dei politici non si limita a Vanuatu. Molti isolani del Pacifico sospettano della morte misteriosa del presidente di Nauru, Bernard Dowiyogo. Il presidente morì nell’ospedale George Washington a Washington DC, il 10 marzo 2003, mentre era in visita ufficiale negli Stati Uniti. Dowiyogo, ex-presidente della repubblica, era ridiventato presidente dopo che il presidente Rene Harris aveva firmato un controverso accordo con il governo di John Howard dell’Australia per creare un centro della “Pacific Solution” di Howard, il programma per ospitare i rifugiati mediorientali e asiatici a Nauru e Manus, Papua Nuova Guinea, in cambio di denaro. Dowiyogo, 57 anni, ebbe l’infarto dopo aver firmato un conteso (e segreto) accordo con i funzionari dell’amministrazione George W. Bush su vendita di passaporti di Nauru, finanza off-shore e sostegno alla cosiddetta “guerra al terrore” di Bush. Dowiyogo morì dopo undici ore di chirurgia al cuore, mentre era ancora sul tavolo operatorio. I media sociali riferirono che Dowiyogo morì di complicazioni da diabete. Il corpo di Dowiyogo fu restituito al governo di Naurua dall’aviazione statunitense. Il funerale di Dowiyogo a Nauru fu rinviato a causa di “ritardi” inspiegabili incontrati nel riportare il corpo del presidente da Washington. La morte sospetta di Dowiyogo non fu la prima né l’ultima dei leader delle isole del Pacifico.
Il primo presidente delle Palau, Haruo Remeliik, fu ucciso nel 1985. Il suo successore, Lazarus Salii, si sarebbe suicidato nel 1988. Entrambi i presidenti morirono dopo aver affermato di opporsi all’accordo di libera associazione con gli Stati Uniti che permetteva alle navi da guerra nucleari statunitensi di accedere ai porti delle Palau. Nel 1990 Ricardo Bordallo, ex-governatore di Guam, che favorì i diritti di Chamorro sul dominio militare degli Stati Uniti dell’isola, fu trovato morto per ferita da arma da fuoco alla testa, mentre era avvolto nella bandiera di Guam. La morte fu attribuita a suicidio. Come Remeliik e Salii, Dowiyogo fu un netto avversario dei pattugliamenti di navi nucleari statunitensi nella regione, così come dei test nucleari francesi nella Polinesia francese. Poche settimane dopo la morte di Dowiyogo, il successore a presidente delle Nauru, Derog Gioura, 71 anni, alleato politico di Dowiyogo, ebbe un attacco di cuore e fu portato in un ospedale australiano. Più tardi i rapporti dichiararono che Gioura aveva subito un infarto. Poche settimane dopo, Gioura si disse sorpreso di sapere che l’amministrazione Bush aveva sostenuto che sei sospetti “terroristi”, tra cui due membri di al-Qaida, arrestati nel Sud-Est asiatico, avevano passaporti delle Nauru. Il 20 marzo 2008, Christina Dowiyogo, la vedova del presidente Dowiyogo e più longeva prima signora delle Nauru, sarebbe “morta di notte” a 60 anni, senza ulteriori dettagli. Madame Dowiyogo era col marito quando morì a Washington.
Nel 1996, Amata Kabua, il primo presidente dal termine di cinque delle Isole Marshall, morì dopo essere stato affetto da nausea e dolori al torace al Queen’s Hospital di Honolulu. Kabua, 68 anni, irritò gli Stati Uniti per le rivendicazioni giuridiche e legali avanzate dai residenti dell’atollo di Kwajalein deportati dall’atollo di Bikini per permettere agli Stati Uniti di testare le bombe atomiche e all’idrogeno nelle loro isole ancestrali. L’obituario di Kabua affermò che era morto dopo una “lunga malattia” anche se si lamentò delle sue condizioni solo un mese prima della morte nelle Hawaii. Persino i capi surrogati dei “sostenitori” degli USA nel Pacifico non sono immuni da morte improvvisa, dopo aver affrontato Washington. Il primo ministro del partito laburista della Nuova Zelanda, Norman Kirk, fu un netto critico degli Stati Uniti su tutto, dalle navi nucleari nel Pacifico alla guerra in Vietnam al coinvolgimento di Washington nel colpo di Stato del 1973 in Cile. Nel 1974, Kirk, 51 anni, morì improvvisamente dopo aver subito un infarto. Più tardi, il presidente del partito laburista Bob Harvey invocò una commissione reale per indagare se Kirk fosse stato assassinato dalla CIA con un “veleno di contatto”. Data la morte del presidente Lonsdale, tali commissioni investigative dovrebbero essere create anche a Vanuatu, Nauru, Palau, isole Marshall e Guam (Guahan).
Il premier neozelandese Norman Kirk con il premier australiano Gough Whitlam
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

RATZINGER ATTACCA BERGOGLIO: “CHIESA RISCHIA DI CAPOVOLGERSI”



Una sorta di invito alla rivolta contro il nichilismo di Bergoglio, che sta trasformando il Cristianesimo in una grande Ong, le parole scritte da Jospeh Ratzinger in occasione del ricordo del cardinale Joachim Meisner, uno dei cardinali dei dubia da poco scomparso. Il testo del messaggio è stato diffuso da Marco Tosatti, vaticanista della Stampa: “Quello che mi ha colpito particolarmente nei recenti colloqui con il cardinale defunto sono state la serenità, la gioia interiore e la fiducia che aveva trovato. Sappiamo che era un pastore appassionato, e l’ufficio di pastore è difficile, proprio in un momento in cui la Chiesa ha bisogno di pastori che sappiano resistere alla dittatura dello spirito del tempo“.
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“Ma la cosa che più mi ha commosso è che ha vissuto in questo ultimo periodo della sua vita…sempre di più la certezza profonda che il Signore non abbandona la sua Chiesa, anche se a volte la barca si è riempita fino quasi a capovolgersi…“.
“È stato trovato morto nella sua stanza. Il breviario era scivolato dalle mani: stava pregando, morto, davanti al Signore, parlando con il Signore. Il genere di morte che gli è stato dato dimostra ancora una volta come ha vissuto alla presenza del Signore e in colloquio con Lui”.
fonte http://voxnews.info/2017/07/16/ratzinger-attacca-bergoglio-chiesa-rischia-di-capovolgersi/

BOLDRINI MINACCIA RIVOLTE ISLAMICHE IN ITALIA: “IUS SOLI O IMMIGRATI SI ARRABBIERANNO”



“Mi auguro che il provvedimento sullo ius soli sia approvato entro la fine di questa legislatura perché è giusto e necessario”, Boldrini torna a minacciare i cittadini italiani, quelli originali.
Nel tradizionale incontro con la stampa parlamentare a Montecitorio intima al parlamento di regalare la cittadinanza ai figli degli immigrati entro l’autunno. “Rimandarla – dice – sarebbe un torto che come tutti i torti non porta bene”.



BOLDRINI MINACCIA: “SENZA IUS SOLI, FIGLI IMMIGRATI VI FARANNO DEL MALE” – VIDEO CHOC
“La cittadinanza – ha spiegato – è lo strumento principe dell’integrazione, per antonomasia. Impedire a chi nasce in un paese di essere cittadino italiano è impedire l’integrazione che è strumento di sicurezza – ha continuato- senza dare a queste persone di sentirsi parte di una società, alimentiamo rabbia, risentimento, sentimento di esclusione“.

Guardian: ‘In Italia finora niente attacchi islamici perché non c’è Ius Soli’



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Per il presidente della Camera quello dell’immigrazione resta, sempre e comunque, “un tema cruciale che merita una riflessione approfondita”.
fonte http://voxnews.info/2017/07/18/boldrini-minaccia-rivolte-islamiche-in-italia-ius-soli-o-immigrati-si-arrabbieranno/

MAFIA-ROTHSCHILD E' DIETRO IL DECRETO LORENZIN



Avvocato Marcello Stanca :
''L'emendamento si sa e' passato, li' dentro ci sono FORZE OCCULTE, SIAMO GOVERNATI,
COME HA DETTO FALCONE, DA MENTI RAFFINATISSIME, SOPRAFFINE, che arrivano dove
noi non possiamo vedere, quindi questa e' la verita'. Se pensiamo del resto che il M5S di Grillo e' stato azzittito da una sola parola scritta sul Times sospettiamo che GLI ORDINI ARRIVANO DALL'ESTERO''

Fonte :

https://www.pandoratv.it/?p=17302
http://nomassoneriamacerata.blogspot.it/

A DIFESA DEL MANDATO IMPERATIVO. E DUNQUE DEL POPULISMO.

di  Maurizio Blondet
Il vincolo di mandato per i parlamentari è una delle  istanze del Movimento 5 Stelle: e come tutte  quelle che escono da quel movimento, accolta con strida  scandalizzate e indignazione artefatta  mediatiche e partitiche: “Non è democrazia”, eccetera.  Ovviamente,  invece,  è una  pretesa per lo meno comprensibile in Italia, dove oltre  un terzo dei parlamentari  ha cambiato casacca in meno di due anni.   Ma in realtà è molto di più: è un  potente segnale di vitalità democratica.
Mi ci ha fatto pensare il saggio del filosofo politico  Alain de Benoist, “Populismo”  (Arianna Editrice), un libro capitale che consiglio a tutti i grillini pensanti (Grillo incluso), come ai salviniani (compreso Salvini).
Vi ho letto che per Carl Schmitt, “un popolo ha tanto meno bisogno di essere rappresentato  quanto più è politicamentepresente a se stesso”. Se  Schmitt vi sembra sospetto perché “di destra”, ecco Simone Weil (quella vera, morta battezzata):  nel 1943,   in nome della Resistenza antifascista, scrive il “Manifesto per la soppressione dei partiti politici” , proprio per salvare la democrazia.  Per lei   “L’unico fine di ogni partito è la  propria crescita illimitata”, è “un’organizzazione costruita per esercitare una pressione collettiva sul pensiero”: noi vediamo la durata illimitata dei partiti, decisi a sopravvivere in eterno alla   fine della  loro utilità politica  Molti pensatori  rivoluzionari sono stati contrari alla delega: a cominciare da Rousseau, per cui “un popolo non può che perdere la propria sovranità sin dal momento in cui se ne priva a vantaggio di rappresentanti”, passando per Proudhon,    per arrivare al  marxista Costanzo Preve, che nota  sarcastico: “Il metodo democratico consiste proprio nella rinuncia consensuale alla democrazia comecontenuto”.
Il filosofo Jacques Rancière, un allievo di Althusser,  sancisce: la democrazia “rappresentativa” non è un espediente necessariamente inventato per adattare la democrazia alla crescita delle popolazioni, ai tempi moderni; no,  “E’ a pieno titolo una forma di oligarchia. L’evidenza che assimila  la democrazia alla forma di governo rappresentativo è recente. La “democrazia rappresentativa” oggi può sembrare un pleonasmo, ma inizialmente è  stato un ossimoro”.    Ossia: all’origine, un termine (democrazia) era il contrario dell’altro (rappresentativa).
Per salvare la democrazia
Partigiana, ma contro i partiti 
Molti di voi, lo so, faticano a capire. Questo perché le oligarchie vi hanno cambiato di soppiatto il concetto. E’ stato operato uno   di senso e depotenziamento fatale della “democrazia”.
Nel senso originario, indica il popolo che prende ed  esercita il potere – contro un  tiranno, un re, una  oligarchia. Dunque “Essa designava la potenza  collettiva, la capacità di autogoverno”; mentre adesso invece “rinvia solo alle libertà personali-  non è più la sovranità del popolo, ma la sovranità dell’individuo”.   Una sovranità degli individui spinto fino “alla possibilità ultima di mettere in scacco, se necessario, la potenza collettiva”.
Così Marcel Gauchet, postmarxista, “uno dei più importanti studiosi del politico” direttore della rivista Le Débat.  Il  fatto è che “una versione liberista-liberale della democrazia ha soppiantato  la  sua versione classica”.  Attenzione, perché il punto è cruciale:  è l’ideologia del libero mercato che vi ha condizionato a credere  che la “libertà” sia la vostra libertà individuale,  di  attuare vostri desideri  privati.  Dato che siete  anzitutto “un calcolatore razionale  alla ricerca di massimizzare il vostro interesse privato”,  senza alcuna preoccupazione per il bene comune.  Il mercato infatti ha  bisogno di individui così, consumatori  da soddisfare.
Vi dice:  voi come individui siete sovrani  fino al punto di imporre i vostri desideri e piaceri alla volontà collettiva.
“Di qui a poco a poco – conclude Gauchet – la promozione del diritto democratico  provoca l’inabilitazione politica della democrazia”.
Infatti, dice De Benoist, “l’individuo atomizzato  quale lo concepisce la teoria liberale non può essere in primo luogo un cittadino, un soggetto democratico, perché per definizione estraneo all’appartenenza   che fonda il voler-vivere-in-comune”.
E il governo? Poco male, vi dice la sirena liberal-liberista: delegatelo ai “vostri rappresentanti”, i quali sono competenti,  e si avvalgono dei “tecnici”; i quali lo delegano alla  “Unione Europea”, la  quale lo delega alla banca centrale, al Fondo Monetario, a Goldman Sachs e Wall Street, a esperti più  competenti di voi –   voi godetevi le libertà individuali che la  democrazia di mercato vi  ha regalato. Perché il vostro egoismo è “naturale”, così come il “mercato” è lo stato di natura – a cui non c’è alternativa.  Non c’è alternativa al mercato, quindi cosa volete  “governare”?
Ci abbiamo creduto. Fino ad oggi, quando “il popolo ha la sensazione che la sua situazione sociale continui a deteriorarsi, che  l’epoca  del pieno impiego sia definitivamente passata  e  che l’avvenire sarà ancora peggiore. Ha la sensazione che i valori cui aderisce siano derisi o disprezzati [legge Cirinnà,  gender nelle scuole].  Ha la sensazione che  il  suo stile di vita sia minacciato dalla presenza, sul suolo nazionale, di una popolazione dai costumi differenti che percepisce come  estranea, se non ostile. Ha la sensazione che l’Unione Europea sia diventata un progetto antisociale che contribuisce ad aggravare l’insicurezza economica e culturale”.
Ma non sono affatto sensazioni, come sapete. Le  conquiste della   “omogenitorialità”, i clandestini  da accogliere senza limiti, il gender nelle scuole, lo ius soli,  le “normative d’Europa”, i  “diritti delle minoranze”, la globalizzazione,  sono tutti i risultati di   una spoliticizzazione  “che è avvertita dalla maggior parte del popolo come un’insopportabile aggressione perché mira a togliergli la capacità di decidere, ossia la  sua sovranità”.
Il risultato è “una impotenza sociale collettiva  senza precedenti storici” (Costanzo Preve). Un  totalitarismo della dissoluzione. Gestito dalla sinistra  progressiva:  quei “sostenitori della trasgressione morale e culturale permanente che fanno direttamente il gioco della finanza mondiale, perché il capitalismo può estendere la sua influenza unicamente smembrando non solo le strutture di vita comunitarie tradizionali, ma anche il legame sociale, i valori condivisi,i modi di vita specifica, le culture popolari.  Il capitalismo può trasformare il pianeta in un vasto mercato, che è il suo scopo,   solo se questo pianeta è stato previamente atomizzato”:
“Senza le nuove piste incessantemente aperte dal liberalismo culturale, il mercato non potrebbe impadronirsi continuamente di tutte le attività umane, comprese quelle più intime”:  così Jean-Claude Michéa,  pensatore socialista senza complessi, in “Perché ho rotto con la sinistra”.
E’ in questa situazione che sono  sorti, in Europa ed Usa, movimenti populisti. Perché “la condizione di emersione di una mobilitazione populista è  una crisi  di legittimità  politica che tocca  l’insieme del sistema di rappresentanza” (P.  A. Taguieff). Quella patologia gravissima,terminale della democrazia  rappresentativa  in cui “destra” e “sinistra” partitiche colludono, in cui Renzi agisce come Berlusconi e Berlusconi vuole adottare Renzi,  perché  hanno lo stesso programma, servire il Mercato Mondiale  da cui non si può uscire. “Lo Stato collusivo dominato dalla casta  oligarchico-tecnocratica verso il quale siamo avviati ormai da trent’anni” (Jacques Sapir).
Naturalmente, quando  sorge il populismo,  le elites strillano  che non è  legale, che  è “demagogico”, dunque mette in pericolo la democrazia, che è  sovranista e le sovranità non esistono più, che vuole le frontiere ormai abolite, dunque che è passatista;  il popolo che vota i populisti viene  spiegato che è   (come gli inglesi che votarono il Brexit)  quello  poco istruito (strano,  quando gli operai votavano PCI,  nessuno diceva che lo facevano perché poco istruiti) nostalgico, etnicista, che rifiuta gli immigrati e i  diversi,  – anche  fascistoide  (sempre  per le elites ciò che non piace loro  puzza di fascismo).
Balle, propaganda demagogica , perché nessuno supera in demagogia le oligarchie (basta vedere le loro tv):  non facciamoci condizionare da questi sbarramenti colpevolizzanti e demonizzanti.
“I movimenti populisti”, scrive  Paul Picone,”appaiono generalmente in congiunture storiche speciali, quando il processo democratico è talmente degenerato da esigere una vera reazione democratica –  Il populismo è in generale una reazione contro il deficit di democrazia ed è sempre molto  più  democratico di qualunque sistema fondato sulla democrazia rappresentativa”.
Insomma:  il populismo   sarà confuso, commetterà molti errori,  prenderà cantonate, perché vi aderisce gente che è stata disastrata e  atomizzata dalla Forma Capitale, che è  una forma “totale”  ,  nel senso che ci ha tutti antropologicamente minorati, disumanizzati, resi schiavi del  suo politicamente corretto  e delle sue “trasgressioni” e della sua propaganda seduttiva – però è   una reazione sana all’esproprio di democrazia, è un segno di vitalità,  di salute,  di un sangue che riprende a scorrere nelle vene  collettive, il segno della volontà di riaffermare il primato del politico sull’economico.
E’, con tutti i suoi difetti, l’albeggiare del concetto di Libertà “politica”,  contrario  a quelle “libertà” del Mercato,   la libertà dell’individuo atomizzato, senza appartenenze né patria, nomade sradicato da ogni condizione storica e sociale: quasi che “l’uomo si costituisca liberamente a partire dal niente”. No, “la risposta è che la libertà come l’autonomia va concepita in termini di attaccamento e di legami, non di lacerazione e sradicamento ,  di responsabilità verso l’altro piuttosto che di trasgressione a tutto ciò che unisce i membri di una società a un fondamento storico-sociale comune”.
la democrazia in senso forte, dove il “demos” rigetta le oligarchie e  la lorogovernance che svolgono  per conto di poteri “che uccidono i popoli”,  e prova a governare in proprio. Da cui il mandato imperativo,  il guinzaglio corto ai politici.  E’ un inizio.
Maurizio Blondet
fonte http://www.maurizioblondet.it/difesa-del-mandato-imperativo-dunque-del-populismo/

SOROS E L'OPEN SOCIETY


Quel furbetto di Giorgio Napolitano


ECCO CHI E’ GIORGIO NAPOLITANO


QUANDO CRAXI VUOTO' IL SACCO SU NAPOLITANO


giovedì 6 luglio 2017

Indovinate chi ha voluto l'invasione dell'Italia




Renzi è politicamente responsabile del disastro immigrazione. Con il suo governo è entrata in vigore l'operazione Triton che autorizza le navi di 15 Stati europei a pattugliare il Mar Mediterraneo. Queste navi portano i migranti SOLO in Italia. I dettagli tecnici, tra cui le modalità di sbarco di queste operazioni congiunte, sono contenuti nel piano operativo dell'operazione stessa. Purtroppo il documento non è pubblico. Si deve fare trasparenza. Vogliamo capire perché i migranti arrivano solo nei porti italiani, quando invece spesso il porto più sicuro è quello maltese o tunisino. Stessa modalità viene seguita dalle ONG che operano nel Mar Mediterraneo: i migranti soccorsi vengono sbarcati SOLO nel nostro Paese. Da quando Triton è entrato in vigore - il 1 novembre 2014 - sono sbarcati nel nostro Paese ben 413.000 migranti.

Nel 2017 (fino al 28 giugno) sono arrivati 78.756 in Italia, 8.975 in Grecia, 4.029 in Spagna. Sbarcano tutti solo in Italia. Quando dicevamo noi che il piano voluto da Renzi era insostenibile e avrebbe trasformato l'Italia nel campo profughi d'Europa ci accusavano di essere razzisti, ma i dati dicono che avevamo ragione: rispetto al 2016 quest'anno si registra il 26% in più di arrivi. Se continua così quest'anno toccheremo il record assoluto di 230.000 sbarchi. Per l'immigrazione l'Italia ha previsto 4,6 miliardi di spesa, 1 miliardo in più rispetto al 2016.

Anziché mandare lettere a Bruxelles, Minniti chieda conto degli errori che il Pd al governo ha commesso. Renzi deve chiedere scusa a milioni di cittadini esasperati dalla mancanza di risposte efficaci sul tema dell'immigrazione. Le emergenze di solito sono temporanee, Renzi le ha rese croniche.

Al Parlamento europeo il gruppo Efdd - MoVimento 5 Stelle ha presentato una interrogazione alla Commissione europea - a prima firma Laura Ferrara - nella quale si denuncia la scelta delle coste italiane come approdo finale di tutte le navi presenti nel Mar Mediterraneo. Se i migranti vengono salvati da una nave che porta la bandiera di altri Stati membri, allora la domanda di asilo deve essere presentata in quegli Stati. L'Italia non può sobbarcarsi la gestione di centinaia di migliaia di richieste di asilo che nella maggior parte dei casi non riguardano il nostro Paese ma sono dirette ad altri Paesi europei. Lo abbiamo detto in ogni sede. Renzi prima e Gentiloni adesso invece hanno negoziato in Europa sempre accordi anti-italiani. Se ci avessero ascoltato non saremmo arrivati a questo punto di non ritorno. Sono i cittadini a pagarne il conto.


Chiediamo il rispetto delle regole. L'immigrazione deve essere gestita, le leggi devono essere rispettate, così come i Trattati europei che prevedono la solidarietà fra gli Stati membri per la gestione delle emergenze. I partiti che hanno firmato accordi suicida devono andare a casa.
fonte http://www.beppegrillo.it/m/2017/06/tutti_i_migranti_in_italia_renzi_ha_voluto_laccordo_suicida.html

martedì 4 luglio 2017

LA REGOLA DELLO SPECCHIO (e dello smembramento del sé)

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Per chi avesse visto “L’uomo della Mancha” film vecchiotto (1972) con un Peter O’ Toole all’apice della forma, forse si ricorderà l’insolito finale, che è anche il momento clou della storia. L’anziano Don Chisciotte, una sorta di nobile decaduto, si imbarca in imprese ritenute” folli”(celebre su tutte la lotta con i mulini a vento, divenuta paradigmatica di un certo modo di battersi contro difficoltà inesistenti) , che nel suo immaginario visionario medioevale sono in realtà il dovere di un cavaliere (ma in realtà siamo ben oltre la fine dell’epoca cavalleresca: la vicenda è ambientata fra il il XVI e il XVII secolo). Ai suoi aristocratici parenti tutto ciò non garba, un po’ per il discredito sul casato, e molto per il timore di perdere quei pochi averi ancora rimasti. Così escogitano un trucco in cui lui possa cascare facilmente: assoldano alcuni uomini, che a cavallo e travestiti con armature da soldati medioevali, lo raggiungono e lo circondano, mostrandosi ostili: lui crede siano cavalieri nemici e si prepara a combattere. Ma essi non fanno che puntargli contro i loro scintillanti scudi metallici, estremamente levigati e lucidissimi, che facendo da specchio gli rimandano la sua immagine di vecchio debole e sconfitto. Quella è la fine delle sue imprese. “Rientrato in sè” (poi vedremo quanto sia mistificante questa espressione) Don Chisciotte torna a casa e praticamente si lascia morire.

C’è un mondo, o meglio un universo, in quello specchiarsi e riconoscere tutti i propri limiti, tutta l’enorme inadeguatezza umana; quello che succede in realtà è una sorta di cessione o scambio di identità: egli stava vivendo una dimensione permeata da quello che negli antichi culti misterici greci veniva definito enthousiasmos, letteralmente “ essere in dio” cioè in altre parole, “essere posseduti dal dio” e quindi “diventare dio”; si trattava di uno stato in cui nei riti iniziatici dell’antichità si veniva condotti al punto in cui si superava la propria natura semplicemente umana per entrare pienamente in contatto con la propria natura divina e ci si rendeva conto di appartenere realmente ad un altro piano di realtà, o meglio che una parte dell’uomo è già in quella dimensione, e l’acquisizione della consapevolezza, con la susseguente espansione della coscienza, ve lo può proiettare completamente, qualora il processo sia totale. Si tratta in sostanza dell’immortalità di cui parlano gli insegnamenti dell’antica sapienza universale, uno stato che cessa di essere corporeo, la “spiritualizzazione del corpo” o trasmutazione di cui parla l’alchimia, eventualità ben illustrata nel film “Lucy” e anche in parte da “Limitless” (che significa appunto “senza limiti”).

Per tornare a Don Chisciotte, quella che per l’uomo ordinario era follia per lui era la sua realtà divina che si era impossessata di lui e che egli viveva con qualche limitazione mentale ma nondimeno veicolando pienamente lo spirito che l’animava, come dimostrato dal cambiamento avvenuto in colei che lui chiamava Dulcinea (Sofia Loren nel film) una povera sguattera zotica e ordinaria la quale, trasfigurata dall’amore e dalla visione che ha di lei Don Chisciotte – che la tratta come una grande dama - riconosce la propria nobiltà di spirito ed inizia a vivere in maniera consona alla sua “nuova” identità, quella profonda armonia interiore che trasforma la misera argilla in un capolavoro cosmico quando si riconosce ciò che si è veramente: lei ri-conosce la vera se stessa, cioè la sua natura divina, e da allora in poi la sua vita non sarà mai più la stessa; ma tutto ciò avviene grazie al “pazzo” Don Chisciotte, che le trasmette la sua visione “magica”, il suo vedere oltre le apparenze per cogliere l’essenza, la realtà dietro la parvenza. Il fatto è che Don Chisciotte la “vedeva” nelle sue vesti regali dello spirito, come allo stesso modo vedeva la realtà ordinaria attraverso altri occhi – gli occhi di un dio costretto a misurarsi con la cosiddetta “normalità” cogliendone però l’inespressa e sottesa essenza.

Ma torniamo allo specchio: che succede in quel drammatico momento in cui egli non vede più il Sè, il cavaliere eroico, il dio, ma solo un uomo ordinario con tutti i suoi limiti e un’identità da pazzo fallito? L’identificazione con l’ego, l’io anagrafico, impedisce il contatto con il Sè, e l’anagrafico travolge e cancella il divino, trascinando le vibrazioni vitali in basso, in un vortice di pochezza esistenziale. Lo specchio è qualcosa di vagamente misterioso, presente nelle fiabe e molto usato nella magia, come anche collocato nella tradizione popolare (in alcuni luoghi è d’uso coprire gli specchi con un drappo nero quando in casa muore qualcuno) proprio per la sua capacità di riflettere –forse- anche quello che non c’è (su questo piano) o meglio che non si vede e non sembra esserci ma c’è eccome, evocando presenze parallele. Può agire evidentemente anche al contrario, come nella vicenda di Don Chisciotte: e cioè attuare un distacco netto fra il Sé eroico del cavaliere e la sua banale dimensione egoica che affiora implacabile: imprime forza alla personalità, all’io, vampirizzando il Sé. Noi vediamo specchiata la nostra pochezza individuale, e non l’indole fiammeggiante che ci appartiene veramente. Oppure, ed ecco girate le carte in tavola ma il trucco è sempre l’immagine riflessa, ecco un Narciso che viene talmente sedotto dal proprio volto specchiato nell’acqua, che , lungi dall’esserne sconvolto se ne innamora, e perdendosi nella contemplazione idolatra dell’io si immedesima talmente con la sua immagine (oggi si dice: “è tutta questione di “immagine”!) da smarrirsi in essa, perdendo così non solo il Sé ma anche l’ego, poiché annega nel laghetto in cui si è specchiato cercando di abbracciare la sua stessa immagine: mito estremamente sintomatico della mentalità di oggi in cui vanno in voga i palestrati tutto muscolo e le veline tutta coscia –ma cervello poco. Ma nel caso di Don Chisciotte – come vedremo anche di Dioniso - naturalmente lo specchio è solo simbolico della concezione che si ha di se stessi, tutte le idee limitanti e castranti che ci siamo fatti (o che ci hanno comunicato altri) di noi stessi: sei un fallito, un inetto, o comunque sei solo un corpo, un pezzo di carne e niente più: che ti aspetti? Mentre per Narciso è l’illusione di senso contrario ma altrettanto deleteria, il miraggio dell’apoteosi dell’io ben al di là dei suoi contorni reali.

Ritroviamo lo stesso meccanismo che fa leva sul vecchio aristocratico spagnolo (e forse Cervantes da lì ha preso spunto) in un mito greco molto antico, quello dell’infanzia di Dioniso, considerato uno degli dèi ma in realtà solo parzialmente lo è, in quanto figlio di Zeus, il re dell’Olimpo e di una donna mortale, Semele. Dioniso era odiato dai Titani, una classe di divinità tradizionalmente avverse agli dèi olimpici con cui nella mitologia greca combatterono una grande guerra, la Titanomachia. Rappresentano perciò, simbolicamente, le forze della disgregazione, le energie disordinate e destabilizzanti del caos, in contrapposizione all’ordine cosmico instaurato dagli dèi olimpici.

Insomma, in qualche modo i Titani riescono a mettere, fra i giocattoli di Dioniso bambino in sua assenza, uno specchio, che egli poi prende per rimirarsi: questo è il momento clou della vicenda, perché in tal modo viene meno il potere protettivo che evidentemente aleggiava sul bambino e che non permetteva alle forze del caos di toccarlo, di penetrare nel suo mondo rispondente all’ordine cosmico: Dioniso vede riflessa la sua natura umana scissa da quella divina, e crolla così , come per Don Chisciotte, quella barriera che si ergeva fra il Sé reale e l’ego illusorio, fra l’essenza vera e la sostanza illusoria, cancellando la prima e lasciando il bambino in balia dell’identificazione con un ego debole, mortale, transeunte e fondamentalmente illusorio, non più “guidato” dall’ordine interiore, dal suo inserimento nel progetto che va ben al di là della sua individualità; non più “tenuto insieme” perciò dall’unità del flusso universale di cui fa parte. Viene meno la consapevolezza di Sé e di tutto ciò che comporta e prende il sopravvento la coscienza egoica (con la conseguente disunità), e così egli viene letteralmente dilaniato dai Titani, che poi mettono a cuocere i pezzi e se li divorano. Ma in qualche modo tralasciano il cuore (organo sempre simbolico del centro della persona, della sua unità interiore trascendente) che viene recuperato da Atena (la dea della saggezza) la quale lo porta a Zeus che ricompone, partendo da lì, il fanciullo: è ovviamente, un nuovo Dioniso, che tuttavia reca con sé il segno indelebile dell’opera traumatica delle forze caotiche, e diverrà il dio dell’ebbrezza, dell’intossicazione psichica che però può essere anche possessione divina: una visione oltre gli angusti limiti umani e schemi sociali che fanno di Dioniso il dio della libertà ma anche del pericolo dell’andare oltre i limiti senza avere ben chiaro dove si va, insomma una bipolarità, un’ essenziale ambivalenza, una situazione borderline.

Dunque qui abbiamo uno smembramento che ritroviamo nel mito di Osiride, che viene poi a sua volta miracolosamente “ricomposto” per giusto il tempo di concepire il figlio, Horus, il quale sconfiggerà le forze del caos (e rappresentate simbolicamente da Seth, il fratello cospiratore a cui si deve lo smembramento di Osiride); ma lo vediamo con ancor più precisione nel rituale iniziatico sciamanico, in cui gli “spiriti” fanno a pezzi il candidato al ruolo di sciamano, e spesso li cuociono in un calderone come i Titani hanno fatto con Dioniso. Finito il processo di disgregazione totale, di annullamento, l’individuo viene ricomposto con pezzi nuovi, finché alla fine è una “nuova creatura” e degno del ruolo di sciamano-guida della sua comunità. Ovviamente tutto ciò avviene in uno stato alterato di coscienza, ma nondimeno come esperienza molto reale sul piano psichico (come del resto leabductions, i cosiddetti rapimenti UFO), ma è sintomatico, insieme alle storie mitiche già raccontate, di un principio fondamentale: che nel nostro stato ordinario, per il ”gioco” ingannevole dello specchio, noi, crescendo e uscendo dai dorati cancelli dell’infanzia veniamo “smembrati”, nel senso che non possediamo un’unità interiore vera e propria, e per via delle forze dissolutrici del caos che vengono a predominare in noi non abbiamo un ordine interiore, la nostra personalità diventa disomogenea e perciò non guidata dallo spirito che è Unità assoluta.

E allora che fare? Occorre rimettere insieme i pezzi (quelli veri, rigenerati), ossia ri-membrarci, attuare cioè il ricordo di Sé, l’anamnesis pitagorica: riacquisire, come Dulcinea, il ricordo di chi siamo veramente. Nella mente del cosmo.


Simon Smeraldo

http://retedellereti.blogspot.it/2017/06/la-regola-dello-specchio-e-dello.html